Fondata nel XII secolo e simbolo ancestrale dell’oppressione, Newgate è la più grande e la più antica delle prigioni londinesi. E’ appena stata ingrandita e arricchita di diversi ornamenti esterni, ma le sue mura, trasudanti lo sgomento, non hanno perduto niente del loro orrendo agli occhi di pezzenti che le consacrano un’esecrazione unanime. Svaligiatori, topi d’appartamento, borsaioli e ladroni di tutti i talenti, battone e sensitivi, ma anche domestici ladruncoli, o vagabondi in litigio con i loro affittacamere, senza dimenticare i pugilatori irascibili e i virtuosi della lama: numerosi sono i poveri a prendervi il fresco o a contare fra i loro congiunti dei brav’uomini che ci marciscono o che ci sono marciti.
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Dei pezzenti insonni e senza avvenire sono spuntati nella notte, irrompendo a decine di migliaia dagli slums di Whitechapel o di Southwark, dai tuguri e dai doritori, dalle officine e dai dock,dai bordelli e dalle taverne. A questa gente non gliene può calar di meno del papa e del re, dei tory e dei whig, dei riti e della rendita, dell’arte di governare e quella di amministrare. Vogliono mozzare la lingua quei predicatori da strapazzo e divorare la mano che gli getta le briciole dell’espansione mercantile. Vogliono la soppressione delle leggi e dell’autorità e che tutto appartenga a tutti. Vogliono veder ardere i bagni in una città disertata dai riccastri e dai tromboni. Desiderano appassionatamente la fine dell’ordine delle cose. Non vedono l’ora di realizzare il vecchio sogno di Cuccagna delle grandi insurrezioni londinesi: vedere infine le fontane pubbliche pisciare del vino chiaretto.
Tutti questi aristocratici si riversano per le strade con una mobilità inaudita, si separano e si ricongiungono, si concentrano e si sparpagliano, a seconda dell’ispirazione. L’insurrezione non rimane confinata dietro le barricate o nei ghetti operai, essa percorre la metropoli in bande itineranti che raccolgono qua e là dei rinforzi in ognidove si mostrino. Alle lente sfilate di massa, essa preferisce lo sparpagliamento, la deriva e il passo di corsa. Non cercando di impadronirsi del potere ma di dissolverlo, rendendo caducaogni autorità, ogni privilegio di casta, essa sceglie i suoi bersagli in funzione della loro vicinanza psicogeografica: conti da regolare, ricche dimore da saccheggiare, simboli della schiavitù da demolire. Non cerca di ingaggiare battaglie nè di mlitarizzare l’affrontamento; con la sua onnipresenza e la sua vivacità, organizza l’annientamento di tutte le separazioni. Bandisce e umilia i suoi nemici, distrugge i ninnoli del passato, ma quasi mai uccide o cattura.
Legata all’assenza di disciplina e di coordinamento, l’impossibilità di un strategia si rivela in breve essere la carta vicente di questa insurrezione che è ubiquista. Le deboli truppe presenti inseguono fiaccamente le coorti di insorti senza mai osare raggungerle. Le rare pattuglie di polizia che solcano i quartieri, sono costrette a tagliar la corda o a fraternizzare, fronte al numero e alla determinazione degli esaltati.
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Il primo liberatore a penetrare nella prigione si chiamava Tom Haycock. Ai giuduci che lo interrogheranno sul movente della sua partecipaione alla presa del Newgate, egli risponderà sempicemente: <<La Causa>> - <<Ma poi che altro?>> - <<Non doveva all’alba restare più in piedi una sola prigione a Londra>>.
I demolitori che hanno adottato questo programma investono con convinzione l’immobile, che certuni conoscono fin troppo bene, e cominciano prima d’ogni cosa col forzare le porte delle celle e col portare fuori i detenuti, i quali ricevono l’ovazione della folla man mano che escono dalla fornace. Si rendono loro gli onori, si sfila al ritmo del tintinnio delle catene che portavano ancora ai piedi. Li si scorta dai fabbri del vicinato per liberarli dai loro ferri, prima di lasciare che si confondano nella baraonda immensa. Trecento proletari, debitori o “felloni”, tre dei quali erno destinati ad essere impiccati l’indomani, vengono così resi alla libertà, mentre i loro liberatori, appollaiati sui muri della prigione, assistono, come un’estasi, al suo incendio. Come per attizzarla, certuni pisciano sulla fornace eruttando, tra due blasfemità, degli “spaventosi bestemmioni”.
Ai piedi delle mura un gran ballo sfrenato celebra la distruzione in corso.
L’incisore e poeta William Blake, che allora ha ventitrè anni, è fra i partecipanti alla festa. Il fuoco di vita che annienta Newgate continuerà per molto tempo a bruciare nel suo sguardo fertile - quei momenti sublimi resteranno il segreto delle sue ardenti visioni:
Scoppia la tomba, si sgualcisce il sudario…
Le ossa dei morti sottoterra e i muscoli atrofizzati, disseccati
Si animano fremendo, respirano e si svegliano, ispirate…
Saltano su come dei prigionieri che abbiano rotti i ferri…
Che lo schiavo che fatica alla macina se ne scappi per i campi,
Che possa abbracciare l’azzurro e ridere nell’aria radiosa…
E l’anima incatenata, confinata nei sospiri e nell’oscurità,
Essa, il cui viso in trenta anni di sfinimento non ha mai visto un sorriso,
Ch’essa si rialzi e guardi al di fuori; le sue catene non la trattengono più, le porte della sua segreta sono spalancate…