Non potete ucciderci!
Siamo già morti.
[Scritta comparsa durante l'insurrezione algerina del 2001]
Si parlava, giorni fa, di morte. Capita a tutti a volte di pensarci e di parlarne. La morte: il più grande taboo del XX secolo.
Si parlava della sua concezione occidentale e di una reazione istintiva, incontrollata ed inaspettata che la notizia di una morte può in alcuni casi suscitare in noi ma che qui in occidente può apparire cinica, sbagliata ed inopportuna: il sorriso. E’ mai capitato a nessuno? Sorridere per un dolore! E magari sentirsi in colpa perchè non dovrebbe essere quella la reazione. Ci hanno insegnato ad aggrapparci a tutto quello che abbiamo o crediamo di avere: le cose, gli oggetti, macchine, soldi, vestiti, il corpo. Ci hanno insegnato a vivere per possedere. E così ci leghiamo agli oggetti, alle cose, al lavoro, al nostro corpo e a quello degli altri. Manteniamo in “vita” corpi agonizzanti nei letti di ospedali per anni, perchè finchè il cuore non cessa di battere il corpo non va in decomposizione, e se il corpo non va in decomposizione è ancora nostro, è ancora ”vivo”. Rendiamo la morte un tormento, un’agonia. Rendiamo la vita un tormento, un’agonia. Perchè la vita e la morte fanno parte di un’unica natura. Ma non lo si vuole accettare. Non si può sorridere alla morte. E’ nemica della nostra civiltà. Sarebbe come un soldato americano che sorride a un “terrorista” iracheno. Ma si può sconfiggere la morte? Certo che no! E perchè mai dovremmo? Per ritrovarci in centinaia e centinaia di miliardi su questo piccolo pianeta? La paura è ciò che domina le nostre vite: la paura di perdere il lavoro, la paura di rimanere soli, la paura delle guerre, la paura di morire. Non si può sconfiggere la morte, ma si può superarne la paura e probabilmente tutti vivremmo meglio; non chi campa sulle nostre paure e le fomenta.
Tiziano Terzani fu un apprezzato giornalista-viaggiatore a cui nel 1997 venne diagnosticato un cancro. Da allora iniziò un percorso – dapprima fisico (con le medicine) e poi interiore – che lo cambiò radicalmente e gli fece osservare la vita (e il senso di essa) da angolazioni nuove. Nuove per un uomo occidentale. Morì felice nel luglio del 2004.
Quello che segue è un suo scritto sul dolore, la morte, e del rapporto che l’uomo occidentale ha con esse:
La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno.
Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una sua importante funzione naturale: quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e i certe situazioni il non avere dolore può essere ancor più penoso dell’averlo. Un orribile aspetto della lebbra è che distrugge i nervi capillari dell’ammalato e quello, non sentendo più alcun dolore, non si accorge quando le sue dita sbattono e si spezzano contro qualcosa o ancor peggio, come avveniva nei lebbrosari dei paesi più poveri, quando le dita gli venivano mangiate dai topi, di notte, mentre dormiva.
E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e della straordinaria bellezza del suo contrario: il non dolore.
Perchè in tutte le grandi tradizioni religiose il dolore è visto come una cosa naturale, come una parte della vita? C’è forse nel dolore un qualche significato che ci sfugge? che abbiamo dimenticato? Se anche fosse non vogliamo saperne. Siamo abituati a pensare che il bene deve eliminare il male, che nel mondo deve regnare il positivo, e che l’esistenza non è l’armonia degli opposti.
In questa visione non c’è posto per la morte, nè tanto meno per il dolore. La morte la neghiamo non pensandoci, togliendola dalla nostra quotidianità, relegandola, anche fisicamente, là dove è meno visibile. Col dolore abbiamo fatto anche di meglio: lo abbiamo sconfitto. Abbiamo trovato rimedi per ogni male e abbiamo eliminato dall’esperienza umana anche il più naturale, il più antico dei dolori: quello del parto, sul quale da che mondo è mondo si è fondato l’orgoglio della maternità e l’unicità di quel rapporto forse saldato proprio dalla sofferenza.
Ma questa è la nostra civiltà. Ci abituiamo sempre più a risolvere con mezzi esterni i nostri problemi e con ciò perdiamo sempre più i nostri poteri naturali. Ricorriamo alla memoria del computer e perdiamo la nostra. Ingurgitiamo sempre più medicine e con ciò riduciamo la capacità del corpo a produrre le sue.”
Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra